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L’angelo di Quinciano… è volato via.

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L’angelo di Quinciano… è volato via.


Chiunque percorra la via che collega Monteroni a Vescovado – siamo in val d’Arbia, a sud di Siena –  non può fare a meno di notare la cappella dalla caratteristica forma ottagonale che si staglia sul poggio e che, soprattutto nelle giornate assolate, fa sfoggio dei suoi materiali di costruzione, con il rosso dei laterizi e il bianco della pietra serena usata per le decorazioni in stile neo-gotico. Questa incantevole costruzione, risalente agli anni sessanta del diciannovesimo secolo, ci riporta all’autorevole nome di Luigi Mussini, direttore dell’Istituto di belle arti di Siena dal 1851. Intorno a questo illustre personaggio si formarono e crebbero numerosi giovani artisti quali Alessandro Franchi, Gaetano Marinelli, Amos Cassioli, Leopoldo e Cesare Maccari, Pietro Aldi. Autori questi che si occuparono, fra le altre cose, della realizzazione del programma pittorico della Sala del Risorgimento all’interno del Palazzo Pubblico di Siena. E che ritroviamo proprio a Quinciano.

Nel 1859 Ferdinando Pieri Nerli, ereditato il titolo di marchese e una cospicua fortuna, decise di rinnovare la residenza di Quinciano, arricchendola di una degna cappella funeraria. Presso l’Archivio del Monte dei Paschi di Siena è depositato il progetto del “castello-villa” di Quinciano, forse attribuibile al giovane architetto Giuseppe Partini . E’ sorprendente scoprire che, qualora fosse stato completato, oggi avremmo un corpo di fabbrica a due piani, con le tipiche bifore del gotico senese e un porticato ogivale al piano terreno; il tutto coronato da una merlatura continua e una torre centrale. Un perfetto richiamo alle facciate dei palazzi senesi.

Il Partini è stato uno dei maggiori esponenti del movimento denominato Purismo, assieme al Mussini e ai suoi allievi. Fra il 1861 e il 1862 realizzò la sua prima opera, appunto la cappella funeraria Pieri Nerli, nel tipico stile gotico toscano. La scelta della forma ottagonale, solitamente ripresa nella costruzione dei battisteri, è stata qui scelta per interpretare l’attesa del giorno del Giudizio universale. Avvicinandoci alla cappella ci accoglie un piccolo porticato che precede l’ingresso, una struttura in pietre grigia, con volte ogivali (arco a punta) e terminante in guglie. Al centro in alto però manca qualcosa.

Tempo fa un attento osservatore mi aveva fatto notare che sulla cima di questa struttura era posizionata una scultura, un angelo. Oggi questa statua non è più lì ma entrando della cappella ho potuto verificare che, per fortuna o purtroppo, non è stata rubata. Mi domando infatti se sia meglio avere una statua “rotta” e in stato di completo abbandono, oppure pensarla nella casa di qualcuno che la apprezza e sa darle un valore. Farneticazioni a parte comunque, appena entrati nella cappella, in un angolo, ecco l’angelo; crollato o fatto cadere in quanto pericolante poco importa, visto che ora giace sul pavimento, testa earti ridotti in pezzi. Il tempo di rendermi conto che si trattava di quella statua e la mia attenzione veniva immediatamente catturata dallo spazio stesso della cappella e delle sue decorazioni. Non mi aspettavo di trovare le pareti interne decorate a strisce bianche e nere, come quelle della cattedrale senese. Non solo, ma sotto un fitto strato di polvere e piccoli detriti, ho scoperto che anche il pavimento è decorato con la tecnica del commesso marmoreo, esattamente come nel duomo, a formare qui un elegante intreccio geometrico; al centro è raffigurato un angelo seduto che tiene con la mano desta la tromba del Giudizio e con la sinistra un cartiglio sul quale si legge che risorgeranno coloro che muoiono in Cristo.

Non è assolutamente un ambiente cupo o buio: la luce filtra e gioca con le superfici delle pareti, attraverso quattro occhi circolari posti in alto su altrettanti lati delle mura. Una vera sorpresa, l’interno di questa cappella supera di gran lunga quello che si può immaginare vedendola da fuori.

La volta è affrescata e il soggetto sono I Quattro Evangelisti. Su una delle nuvole che fanno da “base” per i quattro personaggi, si legge in lettere dorante il nome dell’autore, Cesare Maccari, e la data 1863. Sempre nell’ottica della ripresa del passato, questo artista, in collaborazione con il Franchi, va addirittura a recuperare la tecnica del “buon fresco” particolarmente in uso nel XV secolo. Tornando poi in basso con lo sguardo ecco un monumento funebre che ricopre un’intera parete: si tratta di un’opera che risulta commissionata niente meno che a Tito Sarrocchi (1824 – 1900), altro nome autorevole della Siena del tempo, realizzatore della copia di Fonte Gaia di Jacopo della Quercia che ancora oggi tutti possono ammirare in piazza del Campo.

Realizzata su disegno del Partini, questa opera risalta nella cappella per il biancore del marmo di Carrara: al centro sono rappresentate La Desolazione confortata dalla Fede. Una giovane donna inginocchiata il cui corpo è vestito di pesanti stoffe, regge con la mano destra una corona di fiori. Il suo profilo mostra lo sguardo rivolto verso un’altra figura femminile ben diversa. Una donna alata, solidamente in piedi, dai lineamenti vigorosi, che le porge una mano invitandola a sollevarti. In alto, il ritratto a mezzo busto del defunto, il padre di Ferdinando Pieri Nerli, Girolamo; sulle cuspidi tre statue di angeli a tutto tondo.

E per finire, all’interno della nicchia absidale, trovano spazio tre grandi lunette cuspidate e una volta a crociera dove ancora hanno lasciato testimonianze del loro lavoro il Franchi e il Maccari. I cartoni e i bozzetti per queste decorazioni vennero proposti all’Esposizione provinciale senese, allestita nelle sale dell’Istituto d’arte di Siena, nel 1862. E in particolare il quadretto relativo alla figura della Speranza risulta oggi particolarmente prezioso in quanto il relativo affresco di Quinciano è scomparso. Sono invece ancora lì (chissà per quanto tempo?) le altre due allegorie della Fede e della Carità. Come pure gli Evangelisti della volta centrale della cappella, le figure delle Virtù sono rappresentate sedute su nuvole. Qui però non si stagliano su uno sfondo blu intenso bensì su un fondo oro che allude ad un antico mosaico. Purtroppo sono molto danneggiate e sembrano veramente sul punto di scomparire definitivamente, direi con il possibile crollo dell’intonaco già molto mal ridotto.

Non sfuggiva, sul finire dell’ottocento, l’importanza dei lavori d’arte promossi da Ferdinando Neri Pierli per Quinciano: nel 1888 Adolfo Venturini riconosceva il merito di avere “in quella cappella compiuto un monumento dell’arte senese dei nostri tempi, poiché vi ha chiamato tutti gli artisti a farci delle opere loro: e nobilmente così giovando alle arti, porge raro esempio di bene spesa ricchezza, e di generoso cuore”.

Conoscete nessuno, di buon cuore, che oggi spenderebbe parte delle proprie ricchezze per restaurare la cappella di Quinciano? Magari…

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